Arte e ascolto

Come già annunciato in un post precedente, fra qualche giorno il collettivo DMAV parteciperà alla tappa salernitana di SOPRAFFACTIONS, nell’ambito della XIV Settimana della Cultura.
Nicola Gaiarin (che insieme ad Alessandro Rinaldi rappresenterà il collettivo in trasferta) si sta preparando e condivide qui alcune riflessioni sul rapporto fra arte e ascolto:

L’ascolto come performance

Cosa significa ascoltare un’opera d’arte? Credo sia questione di incontri che si realizzano e di affetti che circolano. Troppo spesso l’opera si offre attraverso una serie di mediazioni che, anziché favorire l’incontro, creano una distanza tra l’esperienza artistica e i potenziali fruitori. A volte, naturalmente, la mediazione di un curatore o di un critico può rappresentare un momento fondamentale per offrire a chi guarda una cornice di senso. Il problema nasce quando la cornice di senso si presenta come unica e inamovibile.
Se, almeno da Duchamp in poi, l’opera entra in una risonanza particolare con il contesto all’interno del quale si trova ad essere inserita, l’attivazione di un circuito di ascolto non è altro che un modo per operare un rilancio di questa stessa risonanza. Il ready made duchampiano era l’occasione per mettere in questione le cornici abituali che venivano disposte attorno all’opera, correndo il rischio di neutralizzarla. La selezione di un oggetto per creare un ready made, in quanto gesto di destrutturazione del contesto dell’opera e dichiarazione, allo stesso tempo, della potenza di trasformazione dell’artista, era l’occasione per affermare la qualità artistica del gesto stesso. Inserire un orinatoio rovesciato all’interno di un museo era in se stesso un atto artistico, e la materialità della poiesis, del fare artistico, veniva messa in discussione attraverso una scoperta fondamentale: l’operazione dell’artista era anche un’operazione mentale. Intendendo, però, la mente come una dimensione del tutto incarnata, una potenza plastica, un luogo di emanazione di nuove forme.

Forme pensabili, prima ancora che percepibili

Questa smaterializzazione dell’opera, a favore dell’operazione interna, era la prima dichiarazione del ruolo eminentemente fisico della dimensione mentale: l’arte stava diventando performance, un momento in cui l’affermazione della natura artistica dell’oggetto era, in senso linguistico, un atto performativo. Un’affermazione che, per il fatto stesso di essere proferita, creava uno stato di realtà prima inesistente.
Lavorare sull’ascolto di fronte all’opera d’arte, secondo me, significa ritrovare questo tipo di passaggio. La performance cala l’opera nel tempo e, anzi, fa del tempo la materia prima dell’opera stessa. Come, al cinema, Tarkovskij parlava della “pressione del tempo” sul piano, così, per l’opera e per l’artista, affrontare la sfida dell’ascolto, cioè “ascoltare lo spettatore che ascolta l’opera”, significa accettare che il tempo dell’opera e il tempo dell’ascolto si sovrappongano, creando uno nuovo stato della percezione e dell’affetto. In questa circolazione sta la possibilità di dare un nuovo respiro, una pulsazione, alla dimensione artistica.
Se il tempo è la quarta dimensione che scivola dietro le prime tre, l’ascolto non è altro che la possibilità di moltiplicare gli strati di tempo, ripiegandoli e facendoli scivolare gli uni negli altri.

SOPRAFFACTIONS PALERMO avrà luogo dal 16 al 24 aprile negli spazi espositivi del Palazzo Ruggi d’Aragona.
Info QUI.

image © Man Ray, Marcel Duchamp photographié pour Obligation pour la roulette de Monte-Carlo, 1924, Centre Pompidou, Musée d’Art Moderne, Paris.

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